Species. Bestiario del terzo millennio, Boemi Editore

15 monologhi di animali che offrono una rivisitazione allegorica e critica della società contemporanea e del terzo millennio.

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Recensioni e critica

… Nella pratica ininterrotta del desiderio e del bisogno, di stare con sé e con gli altri, dei detti e dei contraddetti, che caratterizzano il pensiero di tutti e di ciascuno, si addensano le nebulose delle trame della vita e della morte, dei desideri e delle rimozioni, concorrendo a fare ricco il linguaggio, non solo di parole, ma di mille sfumature che caratterizzano l’aura, l’atmosfera in cui la scrittura, riesce a catturare, gli umori, i sapori e tutte quelle sensibilità che fanno vibrare il lettore, attirandolo nel suo fervore poetico, che sul tessuto della narrazione, degli eventi, delle affermazioni e delle sospensioni, psicologiche e scenografiche, appende le sue visioni i suoi colori, facendone un fattore di vitalità introspettiva ed estrospettiva, di una sapienzialità a tutto tondo.

In questo senso la densità di una narrativa, ricca e rigogliosa, come quella della Vergari, diventa una curiosità, che si arricchisce di pagina in pagina, attirandoti nei suoi meandri che sono di una assoluta labirinticità, tanto più intrigata, quanto a volte si mostra in una semplicità, candida, ma è proprio allora che bisogna stare attenti a non lasciare trascinare nel flusso della sua melodiosità, come in uno stato di trance, perché si tratta del momento fondante, quello in cui avviene la svolta narrativa della premessa o viene svolta in maniera esplicativa la sua metafora personale e segreta.

La trama sotterranea, che fa da radice virtuosa delle sue immagini, è il frutto delle meditazioni e delle letture che hanno attraversato la sua avventura intellettuale, che non si è limitata a recepirle, ma ha voluto metterle alla prova, facendole reagire tra di loro e dotandole di una spessa originalità, di nomi e cose, che sanno del rito fabulistico, ma sanno anche della confessione, che si fondono e fanno della transuenza, una immanenza, della cronaca che passa e va una leggenda dell’identità del nostro tempo. Che è tempo di rapsodia, di rottura, di frammentazione, che risponde ad un restringersi dell’orizzontalità e ad un estendersi della verticalità, per cui mi vengono in mente alcune delle maieutiche lacaniane, di quelle conseguenzialità partorite, nel bel mezzo del distendersi dell’eterogeneo, che si veste di omogeneo e del mostrarsi dell’omogeneo come casualità, quasi che invece della conseguenza narrativa, avesse luogo apparizione fantasmatica dei fatti e dei detti, nella reversibilità, di fatti che diventano detti e detti che diventano fatti..

I capitoli di questo quaderno personale, di questo diario dell’altro, si svolgono sulla dodecafonia della discontinuità, dove la semplicità è un punto di arrivo, per progressive tappe di analisi e di autoanalisi che diventano pagine e pagine di grande densità contenutistica, che mi richiamano alla mente altre pagine della scrittura femminile del novecento, non tanto per somiglianza, quanto per spessore, in una strada in cui è possibile trovare le avventure di Elsa Triolet, le titubanze di Anais Nin, gli slanci di Luce Irigarai.

Senza con questo, volere istituire contesti e confronti, perché ognuno è uno e irripetibile, ma per non stare nella sospensione del nulla in cui appaiono, improvvisamente le cose, perché lo spirito del tempo esiste, non tanto come necessaria estrinsecazione di una filosofia della storia, quanto per il confluire delle influenze che creano l’omogeneità dell’appartenenza e la singolarità dell’individuo, con il suo cognome e nome.

Mi seduce molto, il tempo circolare di queste pagine, continuamente arricchite di una certa imprevedibilità, per cui sembra che tutto sia sempre sul punto di farti una rivelazione, ma poi ti rimanda ad un momento successivo, aprendo una metafora dopo l’altra e facendo della premessa una infinita contemplazione dell’enigma, per cui rimane intatta la sensazione di preziosità di questo piccolo scrigno, che si dilata immaterialmente, molto di più della sua consistenza materiale, che finisce appunto per essere accidentale, rispetto al sapore e al sapere che ti lascia, quando sei arrivato all’ultima pagina.

E proprio su questa voglio appuntare il mio esercizio di stile, di scrittura riflessiva, che vuole essere un suo parallelo, non tanto in spirito emulatorio, quanto in esercizio di critica, che si sente continuamente tirato in ballo, come ermeneutica che si annuncia, ma che rimane in nuce, perché vuole rimanere più a lungo possibile, nel sottile canto di sirene che dissimula la serenità, mentre il mare è tempestoso, come quello che attraversò Ulisse, attaccato al palo. Come a dire che tutto ritorna, come le stagioni, come gli amori.

Dalla Prefazione di Francesco Gallo

Vi è una cura raffinata della parola e una disinvolta sicurezza e armonia del linguaggio nell’opera letteraria Species. Bestiario del terzo millennio (Boemi Editore, anno di pubblicazione 2012, pagg. 113, con illustrazioni di sanguigne dell’artista Antonio Viola) dell’autrice siciliana, catanese, Gabriella Vergari. Quindici piccole storie allegoriche che l’autrice, prendendo spunto dalla tipologia propria del Bestiario medievale – raccolta di testi illustrati, che descrivono animali, anche mitologici e immaginari, accompagnati da spiegazioni di natura morale e religiosa –, costruisce, riadattandone e modellandone i significati al nostro tempo in cui tanti sono i dubbi così come gli interrogativi e le contraddizioni. Ogni storia, narrata in prima persona dall’animale di turno, travolge con ironia attraverso divertenti giochi di parole la cui vividezza nelle descrizioni consente al lettore di figurarsi le immagini. Stratagemma creato ad arte dalla Vergari è quello di non rivelare nell’immediato i protagonisti delle storie che – in alcuni casi, “arrabbiati” con l’Onnipotente (come l’unicorno che non è mai nato sul serio, in quanto creatura leggendaria, e che è destinato a rinunciare alle gioie del sesso in quanto ermafrodita, o la capra somigliante alla pecora ma declassata e poco considerata, o la balena che si ciba di plancton e che non mangia certo bambini come nella storia di Pinocchio, o uomini, come Giona nella narrazione biblica, o ancora lo struzzo che la prende sempre in quel posto…) – si atteggiano a eroi, vittime, sfortunati esemplari oratori, sognatori… Le buffe storie narrate dall’autrice fanno sorridere, in alcuni casi rattristare, e in altri intenerire. Nei racconti dei curiosi animali, l’autrice adotta il monologo, modalità narrativa, che non solo consente maggiormente al lettore di immedesimarsi negli stati emotivi del “soggetto” narrante, ma richiama anche l’idea del teatro, del palcoscenico, del dramma; drammi che benché messi in scena da animali – attraverso una “trasposizione” – assumono significati propriamente umani. Troveremo così – nel racconto Saudate – il pesce dell’acquario che non avendo mai visto l’oceano stenta a credere alle parole pregne di nostalgia di un suo simile: «Dice che lui lo sa cos’è la vita, quella vera, voglio dire. Perché prima della cattura l’ha vissuta. Allora io gli rispondo che non capisco, che mi pare si viva benissimo anche qui. Abbiamo tutti la nostra identità. Sono uno dei quindicimila. Ho un numero tutto mio e, scusate se è poco, mi dovesse capitare qualcosa, Loro se ne accorgerebbero e provvederebbero. Mangiamo tutti i giorni, stiamo bene in salute e ci sono femmine in abbondanza. Credo di aver pure messo al mondo un migliaio di figli all’incirca, ma in questo non c’è nulla d’insolito visto che sono un pesce e vivo nell’Oceanario di Lisbona, l’acquario più grande d’Europa. E, sapete com’è, la promiscuità, il quieto vivere, l’inattività coatta… Ed ecco, che quando credo di averlo messo a tacere con le mie brave ragioni, lui mi sorride, slargando quel suo musone fesso con una smorfia di compatimento come a dire che il fesso in realtà sono io, e se ne viene con quella sua storia dei profumi e degli odori: “E le alghe? Come la metti con le alghe?”. E poi l’affondo finale: “E che mi dici delle correnti? Quelle belle forti, che ti trascinano e travolgono e senti vigorose attorno a te?”». Tale racconto ci riporta un po’ al mito della caverna di Platone che privilegia però maggiormente l’aspetto conoscitivo o ancora, senza scomodare troppo la filosofia, a quell’atteggiamento di comodo di chi, soddisfatto del suo quieto vivere, preferendo coltivare il proprio giardino non volge lo sguardo in altro luogo, ove potrebbe esistere questa “ipotetica” (non avendola mai sperimentata, nel caso del racconto) libertà, ma potrebbero esserci anche le brutture, le sfide e i pericoli che preferisce non affrontare: la preservazione, insomma, di quella zona di comfort, qualora si volesse tirare in ballo terminologie e significati psicologici. In realtà la caratteristica di ciascuna storia è proprio la possibilità di una lettura da diversi punti di vista – lasciandone libera interpretazione – il cui terreno comune è quell’ironia che, in un certo senso, come nel “sentimento del contrario” pirandelliano consente di riflettere sui “drammi” che si celano dietro l’apparenza o il sorriso. Significativo a tal proposito è il racconto Giochi di specchi nel quale una scimmietta desiderando ardentemente diventare umana, al termine del suo soliloquio meditativo giunge alla conclusione che l’uomo dissimula le verità. Anche in questo caso potrebbero tornare utili le reminiscenze in riferimento al drammaturgo girgentino delle mille maschere e del nessun volto… e, contro questa forma di adattamento o conformismo, la conseguente necessità di riappropriarsi di una stabile identità: «Vorrei spiegare a coloro che affannosamente mi interrogano che cosa sono e perché sono. Ma non posso, non lo so… Una vita può bastare come mille…» (Dal racconto Flussi). Interessante, a proposito della capacità di camuffarsi, è il racconto Prospettive nel quale un camaleonte si pavoneggia per la sua capacità di mimetizzarsi, confondersi, conformarsi – un po’ come chi si defila cercando di passare inosservato, sfuggendo alla proprie responsabilità – ma che poi alla fine, così abituato per natura all’arte di mimetizzarsi, in un momento di lucidità, citando le parole della Vergari, dice: «Mi sono guardato allo specchio e… diamine, non mi sono ritrovato!» L’opera della scrittrice porta a riflettere sui falsi miti, sui vagheggiamenti dell’uomo contemporaneo abbagliato dal potere – che si cura solo di sé –, dal successo, dalla smania di controllo, dalla mania di onnipotenza con le lusinghe che creano spesso scienza e tecnica… Una materializzazione dell’azione di Prometeo che, ribellandosi alle regole divine, per colmare il desiderio di conoscenza degli uomini regala loro il fuoco della conoscenza; conoscenza che, se da una parte è necessaria alla vita degli uomini, dall’altra, ossessivamente ricercata, determina l’infelicità e la dimenticanza del senso più autentico dell’esistere. In un apparente caos che vede la convivenza di specie così diverse tra loro ne deriva che, nonostante la posizione di ogni specie in una fantomatica scala della “fortuna”, nessuno stia meglio di un altro. In tutte le specie, compreso l’uomo, una sorte comune è quella di poter godere di alcuni pregi della propria specie di appartenenza così come di “patire” per altrettanti “limiti”. Ognuno sogna in realtà ciò che non è e vorrebbe essere. Così, nei racconti della Vergani, il grosso elefante sogna di essere una libellula, la scimmia aspira ad essere un uomo, ma anche l’uomo – che crede di essere in una posizione privilegiata, al di sopra delle specie meno fortunate – teme qualcosa di infinitamente piccolo come il virus. Notevole e ingegnoso è il lavoro della Vergari nel rivelare così tanti significati e altrettante verità servendosi di allegorie dalle molteplici interpretazioni, a seconda della prospettiva dalla quale si “guarda”. Nel tentativo di trovare un senso all’esistenza nelle diversità delle varie specie, la consapevolezza che ne deriva è che ogni essere ha la sua funzione – siamo una catena composta da anelli che servono l’uno all’altro – e la sua ragion d’essere in sé, e che la vita è quella che è. Un’opera letteraria adatta ai più piccoli per i buffi e curiosi animali trattati, così come ai grandi per le svariate sfaccettature interpretative. Assolutamente da leggere.

Recensione a cura di Teresa Laterza per ScritturaViva →

Ho conosciuto Gabriella Vergari, che mi era comunque nota per la sua opera narrativa e per la stima che i suoi alunni certo non le lesinano, nel 2009, nell’ambito di un ciclo di conferenze che si svolgeva a Palazzo Platamone, all’interno di quella bella realtà culturale che è il “salotto letterario” di Dora Coco che, peraltro, è qui con noi stasera.

In quel contesto, io avevo dissertato sull’unico romanzo di Giacinta Pezzana […], la Prof. Vergari aveva invece presentato un dotto e particolarissimo lavoro, “Orchi, delfini, sirene nel racconto del mare”, in cui aveva vagliato e intrecciato con grande originalità duemila e più secoli di testimonianze letterarie (mitologiche, bibliche, contemporanee…) alla scoperta del valore simbolico del mare e delle creature di cui la tradizione di ogni epoca e latitudine l’ha popolato.

Antichiste appassionate entrambe, (lei filologo, io archeologo), entrambe professoresse di Liceo, ci siamo incontrate immediatamente, ritrovate sulla stessa lunghezza d’onda, fiutate e puntate, per dirla in gergo animale, al punto che stasera mi ritrovo a fare da madrina all’ultima fatica letteraria di Gabriella, un ruolo di non poca responsabilità (gli scrittori ci tengono molto ai loro scritti!) che ho accettato con grande piacere, sia perché il libro che presenteremo mi è sembrato una vera delizia, come non se ne scrivono più, sia perché mi gratifica trovarmi qui, tra amici, immersa in quel clima di affettuosa condivisione che ho colto in tutti gli innumerevoli incontri rotariani a cui negli anni ho partecipato, come moglie di un rotariano (per inciso, dall’anno scorso sono anche madre di un convinto rotaractiano!).

“Orchi, delfini, sirene”, dunque, nella produzione della Vergari, ma anche “Chimere, sirene e altri animali” (1993) e “Elefanti nani di Sicilia” (2003); “Species” si intitola quest’ultima opera, con un latinismo che ci ricorda le traduzioni dal greco delle opere di Aristotele sugli animali o anche la famosa classificazione dello svedese Linneo, mentre la suggestione derivata dai bestiari medievali è talmente forte da comparire come sottotitolo (“Bestiario di terzo millennio”). Del bestiario il testo conserva certamente la ricercata eleganza miniaturistica, presente già nel carattere della scrittura, nei capolettera, nei festoni in chiusura di capitolo, nelle pregevoli illustrazioni di corredo e un po’ in tutta la veste editoriale. Del bestiario c’è anche e soprattutto la possibilità di fusione tra una tendenza realistica, descrittiva, con una visione etico-allegorica della realtà: si, perché gli animali e le storie di animali della Vergari trascendono l’intento puramente moralistico di quelle esopiche e fedriane e diventano, come nei bestiari medievali, allegorie, metafora della vita stessa, con le sue pene, le sue miserie, le sue contraddizioni.

I quindici “quadri” che compongono il testo immettono direttamente sulla scena un’ “animalità”, che ci parla di sé, ci narra il proprio vissuto ma, al contempo, si interroga sul senso ultimo della vita, alla ricerca di un quid che le dia un senso […]

C’è la mantide religiosa di DANZE, costretta dalla Natura al ruolo di perenne divoratrice del maschio, ma c’è anche uno struzzo, in ISTINTI, che vede la sua dignità negata già solo nell’essere nato struzzo, a causa dell’istinto che lo spinge a ritardare qualsivoglia scontro e a nascondere, come proverbialmente si dice, la testa sotto la sabbia; c’è una scimmietta ammaestrata, in SPECCHI, desiderosa di raggiungere "l’ominitudine” che per lei consiste nella facoltà meravigliosamente umana, di poter esprimere con la mimica del volto le proprie emozioni, salvo poi a scoprire quanto falsi e dissimulatori siano gli uomini che riescono a manifestare fisiognomicamente anche i sentimenti che non provano…, ci sono due tenerissimi e, un tempo, innamoratissimi parrocchetti, in ANDAMENTI, che, di fronte alle fatiche e al senso di responsabilità che la nascita della prole comporta, si ritrovano costretti, quasi con stupore, a un rapporto sempre più routinario e formale che non sanno come risolvere (vengono forniti epiloghi “aperti”, tipo “Sliding doors”, che prendono in considerazione il punto di vista di Lui e di Lei…); c’è l’aquila di Zeus, in CICLI, destinata a punire in eterno il Titano, costretta anch’essa per l’eternità alla rupe a cui lui è incatenato, spinta a interrogarsi sul senso del Potere che comincia ad apparirle non più gratificante, ma doloroso e inconcludente;

Sull’altro versante, quello degli animali fantastici, visto che i bestiari raccoglievano descrizioni reali e immaginarie, mescolando cognizioni scientifiche con leggende e tradizioni venute da lontano, c’è un unicorno, in PUREZZA, parto solo mentale non si sa neppure di “Chi”, (un chiunque certamente arrogante ed incurante) che si lagna di doversi aggirare tra icone, arazzi, bestiari, rimanendo solo un’idea, o un ideale, senza amore, senza una vita reale, vincolato a un’immagine oppressiva di purezza da cui non può in alcun modo liberarsi…

Allora, a ben vedere, il titolo del libro, “Species” non riguarda le varie specie zoologiche, ma assume una valenza diversa, un significato più profondo: “species” è “l’aspetto” a cui la Natura stessa, trattandosi di animali, le convenzioni sociali, i falsi miti, la sete di potere, se si tratta di uomini, ci costringono. E’ quella “forma” di cui parla Pirandello, per esempio nel “Fu Mattia Pascal”, che sentiamo costrittiva, ma senza la quale, spesso non riusciamo a vivere. Allora, se il bestiario, come l’erbario o il lapidario o le più tarde “wunderkammera”, è via di conoscenza della Natura nella sua interezza, con tutte le sue stranezze, mirabilia e curiosità, un bestiario di terzo millennio è uno strumento privilegiato per analizzare, attraverso le allegorie degli animali, il mondo in cui viviamo, con i suoi falsi valori, le sue ipocrisie, gli arrivismi, “la forma”, appunto, alla quale per conformismo o sete di potere possiamo assoggettarci, rimanendone poi intrappolati.

Così, anche noi, come l’aquila di Zeus possiamo trovarci sottoposti a un potere di cui prima non avevamo compreso l’ arroganza e a cui, alla fine, non riusciamo a sottrarci, o costretti, come il leone di STUPORE, a gestire faticosamente un potere che, con la saggezza della vecchiaia, possiamo avvertire in tutta la sua vanità e “stupidità” (dice proprio così il leone); possiamo essere schiavi, come la mantide, di una sessualità fine a se stessa, magari ripresa da certe immagini consumistiche da rotocalco rosa, o di un rapporto sentimentale in cui non sappiamo risolverci tra responsabilità e volontà di infantilismo (la storia dei parrocchetti) o della necessità compulsiva di perfezione dell’unicorno, costretto dalla sua stessa immagine di purezza, a un eterno “tu devi”; in ogni caso siamo tutti vittime di una specie di catena alimentare dove il più forte sbrana il più debole e dove irrimediabilmente ci sono vincitori e vinti, come lo struzzo cui non sembra disdicevole mettersi in salvo evitando o almeno ritardando lo scontro vis a vis, visto che “una tattica vale l’altra e per quanto tu riesci a contrastarlo il nemico veramente soverchiante ti scaccerà comunque”; o la famosa capra/capro espiatorio su cui “un’intera comunità fa ricadere pene, colpe, tabe e peccati di ogni genere” indipendentemente dal prezzo altissimo pagato alla domesticazione, dando latte e dando visceri e carni e dando figli e dando fino alla pelle per farne strumenti musicali o pergamene o conce per stivaletti, mentre assai di rado può capitare che una vittima come il Titano, sottoposto alla punizione da Zeus, possa risultare, di fatto, il vincitore.

“Rimane, allora, nella vita, un qualche spazio per la felicità?” sembrano chiedersi gli animali della Vergari: se lo chiede il pesciolino di SAUDADE, il racconto che apre il libro che, a un certo punto, comincia a nutrire il dubbio che l’Oceanario di Lisbona, dove ha creduto di vivere felice, possa non essere il migliore dei mondi possibili, e che invece la vita “vera”, un po’ alla Truman Show, stia piuttosto fuori, tra le alghe, l’odore di salmastro e le correnti, “quelle belle forti” del mare aperto, che ti trascinano; se lo chiede, in una splendida notte stellata, l’elefante di POSSIBILI, con un afflato che ci ricorda la recherche del leopardiano “Canto di un pastore errante per l’Asia”, se lo chiede il tarlo di VARCHI che, non appena riesce appunto ad aprirsi un “varco” nella nostra mente, è pronto a insinuarci il dubbio (…chi meglio di lui !?) che non è detto che noi contiamo qualcosa nell’universo e che ci sia una ratio nella Natura…

…e se la felicità, la vita stessa, consistessero nel “riconoscere e accettare la propria posizione nel mondo”, come sostiene la saggia vecchia manta di Saudade, smettendo di lambiccarci il cervello in affanni, miserie, tristezze, ipocrisie, alla ricerca di quel che non siamo e quel che non abbiamo?...e se la felicità, la vita, come dice la bufaga di CONDIZIONI, consistesse nel prendere atto della propria posizione nella scala sociale e adeguarcisi, senza tentare troppe scalate o provare a rivestirsi delle penne del pavone… se consistesse nella pienezza che deriva dal sapere di poter arrecare qualche giovamento agli altri, “rinunciando ai riflettori del mondo che conta”…? (è sempre la bufaga che parla)

L’uomo, come già ci ha spiegato Leopardi nel famoso “Passero solitario”, non è vincolato come gli animali all’istinto: è sottoposto anch’egli alle leggi di Natura che non deve mai ignorare perché in esse consiste la sua dimensione umana, pena la catastrofe (…e tante ne abbiamo visto di catastrofi in questi tempi tra frane, smottamenti, tzunami, a causa della violazioni di quelle leggi!), l’uomo deve accettare, come il vecchio saggio leone di STUPORE, il ciclo naturale, seppur doloroso, di nascita-riproduzione-morte (pena l’alienazione), ma l’uomo può e deve portare avanti un percorso di riflessione interiore, esistenziale per “cercare la propria immagine, farsi tutt’uno con essa e – come dice Elif Shafk (“Il palazzo delle pulci”) - in essa trovare se stesso”: in questo consiste probabilmente la “vita vera” e la felicità. Se ci ostineremo come il camaleonte di PROSPETTIVE a non nutrire attese, ma a conformarci a quelle degli altri, a “tenerci dietro” a quello che l’ambiente detta, nelle speranza di riuscire simpatici, brillanti, attraenti, in-forma, in-gamba, in-seriti… potremmo correre il rischio di guardarci allo specchio e non ritrovarci, condannandoci al non essere e dunque all’infelicità… e il libro, che si era aperto con la storia di un pesce che si interrogava sul senso della vita, si chiude, con andamento circolare, con l’immagine, della Fenice di FLUSSI, che asserisce di non aver mai compreso chi sia e perché sia, né il perché delle sue cento morti e altrettante rinascite, e che, altera e stupenda come la Natura del dialogo leopardiano, ci attesta che non servono mille vite per capire cos’è la vita e che la vita si comprende solo dalla vita, se in essa avremo cercato, con onestà, noi stessi!

Tutto questo c’è o, almeno, io ho visto, nella meravigliosa “Commedie Animale” (per parafrasare Balzac) che è questo libro, ma vi ho colto anche la presenza della scrittrice e del suo vasto, vastissimo universo culturale che spazia, con assoluta naturalezza dai classici latini e greci (compreso il Luciano di Samosata dell’”Elogio della mosca” che mi è sembrato di cogliere nella storia della capra di ESPIAZIONI -- che ragiona se sia migliore la sua vita o quella del cugino agnello --, alle letterature europee moderne e contemporanee, passando per la Bibbia (richiamata nella storia della balena), fino a Disney che è citato direttamente dallo struzzo di ISTINTI che ricorda di essere stato da Lui coinvolto in “una memorabile Danza delle Ore, con tanto di turbinio di tulle e svolazzi di piroette”, ma ha probabilmente prestato la sua voce al camaleonte in-forma, in-gamba, in-serito e mi è parso di poter ritrovare nell’immagine bellissima del vecchio re leone di STUPORE, che, con le giunture ormai doloranti, il ruggito che gli si inceppa e la vista che gli si appanna, dalla rupe di cui ha faticosamente mantenuto il possesso, vede giù nella valle lupi, volpi, iene, sciacalli, perfino qualche cane “sbancato”, ma soprattutto i giovani, nella loro sfavillante iattanza, che si affannano per togliergli il potere; mentre egli ha ormai capito che, “al sole tiene sempre dietro la notte e che tutto è un ciclo, un dannato, dannatissimo ciclo che, lui sì, ignora esitazioni e deroghe” e che, in fondo, “tra lui sulla rupe e gli altri di sotto, non c’è poi molta differenza e che per quanto si ruggisca, si domini e si governi ci si dovrà assoggettare ad un potere più forte, perché, in definitiva tutto è piegato dall’inesorabile potere del tempo, quello sì assoluto davvero” .

Una cultura vasta, dicevamo, e soprattutto amorosamente perseguita, quella della Vergari, ma che, filtrata e decantata, non è mai forma, sterile citazione, ma sostanza, e non appesantisce mai il testo, che è leggero come devono essere le favole, senza privarsi di essere satirico e mordace e senza mai mancare di profondità.

La cultura si materializza e si fa lingua, una lingua corposa, che rifugge tanto da preziosismi barocchi che da minimalismi modernisti e che, proprio perché dottissima, riesce a passare con facilità dall’apax (ominitudine, aquilitudine, squalitudine…) all’onomatopeia di stampo catulliano (i parrocchetti che cippicippiano) e ad accumulare chiasmi, ossimori, antinomie e tutte le figure retoriche che un manuale di stilistica può accogliere, senza perdere nulla della sua immediatezza, della sua brillantezza e musicalità. Doctrina, metriotes e poikilia dunque in questi lucidissimi, levigatissimi quadretti di storie di animali il cui tono risulta sempre ammiccante e festoso (non senza il gusto epigrammatico della battuta finale), anche quando si aprono a rivelarci verità esistenziali e cosmiche.

Infine, una delle doti maggiori che credo si debba riconoscere al testo è la volontà dell’autrice di aprirsi, di darsi, di comunicare con una onestà intellettuale che può arrivare all’azzardo e di stimolare continuamente la riflessione, talvolta anche amara e dolorosa, del lettore.

Sarebbe bello che tutti, dopo aver letto il libro, ci ritrovassimo qua, a commentarlo, perché è chiaro che un’opera aperta e polisemica come questa può avere un significato diverso per ogni lettore che vi si accosti, in base alla sua sensibilità, ma anche allo stato d’animo del momento: per fortuna, abbiamo con noi l’autrice a cui possiamo porre domande e chiedere lumi, tanto più che i libri li scivono gli scrittori e non coloro che li commentano!!

Mercedes Turco, Presentazione al Rotary Club Catania Duomo 150, 29 aprile 2012

Mercedes Turco, laureata in lettere classiche ad indirizzo archeologico, allieva del prestigioso Istituto Nazionale del Dramma Antico, ha collaborato con la cattedra di Topografia Antica della nostra Università, e col Dipartimento di Archeologia dell’Università della Calabria, partecipando a campagne di scavo in Sicilia, Calabria e nel sito archeologico di Kyme eolica in Turchia.

“Seduce molto il tempo circolare di queste pagine, continuamente arricchite da una certa imprevedibilità”. Parole del prefatore Francesco Gallo Mazzeo scelte per introdurre il libro “Species. Bestiario del terzo millennio” di Gabriella Vergari, edizioni Boemi, illustrazioni di Antonino Viola. Lesta girandola di meditazioni. Soliloqui, dialoghi dilettevoli, stuzzicanti, narrati, in un’originale chiave di lettura, da una amabile selezione di animali. Lente d’ingrandimento situata con perizia, analitica e stilistica, sui vezzi del vivere. La parola (essenziale) celebra il creato. “La scrittura è bellezza. È testimonianza di verità, apertura al colloquio - dichiara l’autrice”. Così, in “Saudade”, risaltano la propulsione del dubbio, il valore della libertà inscindibile dalla consapevolezza, “La vera vita si può viverla dovunque, purché si riconosca e si accetti il proprio posto nel mondo”. In “Prospettive”, spiccano l’odierna (eterna) attitudine al trasformismo, una “specialità”, “un’inclinazione naturale”, e l’annesso monito del corriamo tutti il rischio di perderci, “Mi sono guardato allo specchio e… diamine, non mi sono trovato! ”. E, oltre al resto, “Possibili”, lì dove incalzano i temi (lirici) della “claustrofobia esistenziale”. Dell’amicizia, “dono raro che sa illuminare la notte”. Del senno, “il più potente è il pezzente”. Dell’appagamento, “gli esseri umani non riusciranno mai a fermare la felicità finché ne avranno tanta paura”.

Grazia Calanna

Gabriella Vergari con Species. Bestiario del terzo Millennio si inserisce in una precisa e gloriosa tradizione narrativa, che risale ben oltre i Bestiari medievali evocati nel titolo, fino alle favole di Fedro e di Esopo, al loro dare la parola agli animali perché ci parlino dell’animale uomo, “la scimmia nuda”. L’autrice siciliana infatti, per quanto si senta figlia della Magna Grecia, è una cittadina del terzo millennio, conosce Darwin e Desmond Morris, ha coscienza ecologica e sensibilità francescana, oltre che una prosa spiritosa e polifonica.

Più che racconti, i suoi si potrebbero definire ritratti o pagine di diario, in cui l’animale antropomorfizzato si confessa, confessa le sue paure, le sue manie e ossessioni, fotografa la sua vita, la sua condizione, le sue ambizioni, i suoi sogni – e per il lettore inizia un’esperienza straniante. Innanzitutto perché dai titoli – per lo più sostantivi astratti – questi non paiono racconti zoologici, ma semmai brevi saggi filosofici; in secondo luogo perché la scrittura è misteriosa, suggerisce, allude, non svela di che “specie” si tratti, e la lettura si configura così come una caccia al tesoro, come la soluzione di un enigma.

Ma il libro ci fornisce almeno una chiave per decifrare l’enigma: è il racconto Gioco di specchi. Posto al centro (è l’ottavo di quindici), si differenzia dagli altri racconti per la lunghezza, per il prevalere della dimensione narrativa su quella riflessiva e per l’assenza di mistero: fin dall’inizio sappiamo che chi parla è una scimmia, una scimmia che vorrebbe forzare le tappe dell’evoluzione “fino a divenire uomo davvero” – un’ambizione destinata ovviamente a fallire. Il racconto della mancata costruzione di un’identità umana si costruisce attraverso una serie di rispecchiamenti animale/uomo e viceversa, fino a naufragare di fronte al mancato rispecchiamento animale/animale. Ma sono il suo titolo e la sua struttura a guidarci a leggere tutta l’opera come un “gioco di specchi”, in cui la realtà dell’animale non viene mistificata (certe pagine sembrano prese pari pari da un manuale di zoologia, tanto sono realistiche), ma viene offerta al lettore-uomo come specchio in cui guardarsi senza più maschera. «Credo non ci sia nessun altro animale – e in fondo anche l’uomo lo è – che si impegni a dissimulare le sue verità quanto l’essere umano» – dice la scimmia, che non sa quanto sia debole l’uomo, quanti meccanismi di difesa gli siano necessari per affrontare il viaggio della vita…

L’autrice invece lo sa: e se con il gioco di specchi di questo libro cerca di portare a galla le verità dissimulate, lo fa con leggerezza, con ironia, con delicatezza – perché la verità è una medicina amara, e bisogna spalmare di miele l’orlo della tazza, come vuole Lucrezio, perché venga bevuta. Il miele, in questo caso, è quello di una scrittura densa e spigliata, intimamente dialogica e coinvolgente.

Si incomincia con lo smascherare l’illusione della libertà, mentre siamo tutti prigionieri che girano in tondo (Saudade), per poi passare a denunciare il trasformismo opportunista, l’assenza di coerenza con noi stessi per compiacere gli altri (Prospettive) o la violenza del Potere (Cicli) o la paura che ci acceca (Istinti) o ancora l’ipocrisia, la menzogna, il colpevolizzare gli altri (Condizioni, Inquietudini, Espiazioni). Non mancano ovviamente le riflessioni sull’amore, sul rapporto di coppia, sulla continuazione della specie (Danze, Andamenti), sulla morte (Stupore), sul mito (Purezza, Flussi), sul sogno come risarcimento alle frustrazioni (Possibili).

Ma il racconto più inquietante, più agghiacciante è Varchi, in cui il gioco di specchi non funziona, a meno di non interpretarlo in chiave metaletteraria, come una sorta di feroce autoironia demistificatoria. Bisogna ritornare allora alla prima parola del titolo, Species: che vuol dire sì, “specie” intese come raggruppamento tassonomico, ma anche “apparenze”… Così, il libro sembra voler metterci in guardia contro tutte le apparenze, inclusa quella della Letteratura, che può aprire varchi insidiosi, corrodere certezze, insinuare inquietudini proprio quando si presenta con il più seducente degli aspetti, quello di una raccolta di brevi racconti fantastici, di piacevolissima lettura.

GABRIELLA MONGARDI, Margutte non rivista on-line →

Un bellissimo volume-gioiello che contiene quindici tavole di animali disegnate dall’artista Antonino Viola e “illustrate”, gioco di parole, dalle splendide storie immaginate, in perfetto contrappunto grazie a una magica sinestesia, dalla scrittrice e docente catanese Gabriella Vergari.

Il fil rouge, il denominatore comune è, in primis, la straordinaria ironia dell’autrice che colora la maggior parte delle storie, leggera e perfetta, che regala più di un sorriso a chi legge ma altrettanto splendidamente descritta è la malinconia di cui sono soffusi gli altri racconti. In secundis desidero sottolineare, ancora una volta, l’abilità di Vergari nell’uso delle parole, che siano inglesi, latine o francesi, con cui ama giocare e grazie alle quali riesce a caratterizzare ognuno degli animali del suo bestiario; e, ancora, la sua bravura nel condurci a scoprire, dopo poche righe, chi sia il o la protagonista di turno. Ognuno dei quindici capitoli ha un titolo scelto ad hoc, emblematico della storia che verrà narrata dall’animale in prima persona, ed è quasi sempre costituito da una sola parola: un sostantivo astratto, singolare o plurale.

I più ironici sono quelli che hanno per protagonista il camaleonte che ha l’autostima alle stelle, la mantide che vorrebbe innamorarsi, lo struzzo che spiega perché mette la testa sotto la sabbia, la bufaga che esalta l’utilità del suo lavoro, la balena che ci racconta di Pinocchio e di Giona, la capra che ce l’ha con la cugina pecora e il tarlo che sfrutta ogni varco possibile; molto malinconici quello del pesce nell’acquario, la sua saudade appunto, quello dell’aquila di Zeus che non vuole più il suo ruolo di potere, della scimmietta che desidera diventare umana e dell’elefante che si sogna libellula e ha per amica una cicala. Il più struggente di tutti è quello dedicato al leone che ha qualche acciacco e teme l’arrivo della morte. C’è anche un unicorno che vorrebbe cambiare il suo look, una coppia di parrocchetti il cui rapporto d’amore cambia dopo la nascita dei figli e l’araba fenice, l’ultimo animale di questo bestiario, le cui parole vorrei porre a conclusione “Vorrei spiegare a coloro che affannosamente mi interrogano che cosa sono e perché sono. Ma non posso, non lo so. Perciò è inutile che mi dilunghi: io mi rispecchio in ogni vita che nasce e in ogni vita che declina. L’alba e il tramonto non sono per me che aspetti contrapposti ma intrinsecamente uguali. E per cogliere o non cogliere una simile realtà, una vita può bastare come mille. Questo solo ho infatti capito: non si comprende la vita che dalla vita e la vita è, nient’altro che è… e così sia!”.

Daniela Dominici, Bibliorecensora, dal suo blog Daniela e Dintorni